Energie rinnovabili

Prezzi dell’elettricità vs. gas: l’Italia paga il prezzo più alto d’Europa, ostacolo all’elettrificazione industriale

Il prezzo dell'elettricità in Italia per le imprese è il più elevato d'Europa rispetto al gas, frenando l'elettrificazione industriale. Scopri le cause e le soluzioni.

Italia ha il rapporto più alto d'Europa tra prezzi elettrici e del gas: ostacolo all'elettrificazione

Il prezzo dell’elettricità in Italia per le imprese è il più alto d’Europa rispetto al gas, e questo dato non è solo una questione contabile: rappresenta un freno strutturale alla transizione energetica del sistema industriale italiano. Nel 2025, il rapporto tra il costo finale dell’energia elettrica e quello del gas per i clienti non domestici vede l’Italia in cima alla classifica europea — ma in senso negativo. Mentre altri paesi avanzano verso l’elettrificazione dei processi produttivi, le aziende italiane si trovano a fare i conti con bollette che penalizzano proprio la fonte energetica su cui punta la decarbonizzazione.

Un divario che emerge dai numeri del mercato all’ingrosso

Per capire perché le imprese italiane siano in difficoltà, è utile partire dal dato grezzo: nel 2025, il prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Italia — al netto di tasse e oneri di sistema — si attesta intorno a 116 €/MWh. In Germania lo stesso valore scende a circa 90 €/MWh, mentre in Francia si ferma a 65 €/MWh. Non si tratta di variazioni marginali: la differenza tra Italia e Francia supera il 75%, e anche il confronto con la Germania lascia un divario di quasi 30 punti.

Questi numeri pesano in modo diretto sui bilanci delle imprese manifatturiere, in particolare quelle ad alta intensità energetica: chimica, ceramica, acciaio, carta, vetro. Per queste categorie, il costo dell’energia non è una voce secondaria ma può incidere in misura significativa sui costi totali di produzione. Quando l’elettricità costa sensibilmente di più rispetto ai principali concorrenti europei, la competitività si erode anche a parità di produttività e qualità.

Confindustria ha documentato questo divario in modo sistematico, confermando che il gap non riguarda solo un segmento di clientela ma si estende trasversalmente a tutte le tipologie di consumatori non domestici, dalle piccole imprese alle grandi utenze industriali.

Perché l’elettricità italiana costa così tanto

Una delle cause principali è strutturale: la generazione elettrica italiana dipende ancora in misura rilevante dal gas naturale. Quando il prezzo del metano sale sui mercati internazionali — come è accaduto in modo brusco dopo il 2022 — il costo della produzione elettrica segue di conseguenza. In un sistema in cui le centrali a gas fungono spesso da unità marginali che determinano il prezzo di mercato, anche le fonti rinnovabili finiscono per essere remunerate allo stesso prezzo del gas, con effetti che si ripercuotono sull’intera bolletta.

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A questo si aggiunge la questione degli oneri di sistema: una serie di voci che finanziano incentivi alle rinnovabili, sussidi alle imprese energivore, copertura di costi non recuperabili e altri meccanismi redistributivi. Queste componenti, aggiunte alla quota energia vera e propria, contribuiscono ad alzare il costo finale in modo significativo rispetto ad altri mercati europei dove queste voci sono strutturate diversamente o finanziate in parte tramite fiscalità generale.

La tassazione sull’energia elettrica rappresenta un ulteriore elemento di pressione. In diversi paesi europei, le imposte sull’elettricità per uso industriale sono state ridotte negli ultimi anni proprio per favorire l’elettrificazione dei consumi. In Italia questo processo è stato più lento e parziale, lasciando le imprese con un carico fiscale comparativamente elevato.

Il paradosso che rallenta la transizione energetica

Il problema non è solo economico nel senso stretto: è anche strategico. L’intera architettura della transizione energetica — sia europea sia italiana — si fonda sull’idea che le imprese sostituiscano progressivamente i combustibili fossili con l’elettricità. Caldaie a gas rimpiazzate da pompe di calore, bruciatori industriali convertiti in resistenze elettriche o sistemi a induzione, flotte aziendali elettrificate. Ma questa sostituzione ha senso economico solo se l’elettricità è competitiva rispetto al gas.

Quando il rapporto tra prezzo dell’elettricità e prezzo del gas è il più elevato in Europa, come avviene oggi in Italia, il segnale economico va nella direzione opposta: conviene restare sul gas. Il risultato è che le imprese che vorrebbero elettrificarsi — magari anche per ragioni ambientali o di reputazione — si trovano a dover sostenere costi operativi più alti rispetto ai concorrenti che restano su fonti fossili o che operano in paesi con un mix energetico più favorevole.

Questo crea un paradosso della transizione: lo strumento pensato per decarbonizzare l’industria diventa meno conveniente proprio nel paese che più ne avrebbe bisogno per ridurre la dipendenza dal gas importato.

Le proposte della Commissione europea e il nodo delle reti

La Commissione europea ha identificato chiaramente questo ostacolo e sta promuovendo misure concrete per sbloccare la situazione. Le due leve principali indicate riguardano la riduzione della tassazione sull’elettricità per uso industriale e gli investimenti nelle reti di trasmissione e distribuzione.

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La logica del primo intervento è diretta: se l’elettricità è gravata da imposte più alte del gas, il segnale di prezzo spinge le imprese a preferire il combustibile fossile. Ridurre il carico fiscale sull’elettricità — eventualmente trasferendo parte di quel gettito su altri strumenti — significherebbe avvicinare il rapporto tra i due prezzi a livelli che rendano l’elettrificazione economicamente vantaggiosa.

Il secondo intervento, quello sulle reti, è meno immediato ma altrettanto cruciale. Una rete elettrica insufficiente, congestionata o poco flessibile non è in grado di assorbire i picchi di domanda che deriverebbero da una massiccia elettrificazione industriale. Gli investimenti in infrastrutture — trasformatori, linee di alta tensione, sistemi di accumulo, digitalizzazione della rete — sono una condizione abilitante senza cui qualsiasi incentivo all’elettrificazione rischia di rimanere sulla carta.

Per approfondire i dati comparativi sui prezzi dell’energia nei paesi europei, l’Eurostat pubblica aggiornamenti periodici sui prezzi dell’elettricità per i consumatori non domestici, distinti per paese e per fascia di consumo.

Cosa significa per le imprese italiane oggi

Per un’azienda manifatturiera italiana che deve pianificare investimenti nei prossimi anni, la situazione attuale crea incertezza. Da un lato, le normative ambientali europee spingono verso la riduzione delle emissioni e l’abbandono dei combustibili fossili. Dall’altro, i prezzi dell’elettricità rendono questa transizione più costosa rispetto a quanto lo sia per i concorrenti tedeschi, francesi o spagnoli.

Le imprese più grandi, quelle che rientrano nelle categorie dei clienti energivori, possono accedere a regimi tariffari agevolati che attenuano in parte il problema. Ma la fascia media dell’industria italiana — quella delle piccole e medie imprese che rappresenta la spina dorsale del sistema produttivo — non dispone degli stessi strumenti di ottimizzazione e subisce il costo pieno del divario.

La questione del prezzo dell’elettricità in Italia non è quindi separabile dal tema della competitività industriale nel suo complesso. Finché il gap rispetto agli altri grandi paesi europei resterà così ampio, ogni politica di elettrificazione industriale si troverà a navigare controcorrente rispetto ai segnali di mercato. Le soluzioni esistono — sul piano fiscale, infrastrutturale e della struttura del mercato energetico — ma richiedono scelte di policy che finora si sono rivelate più lente delle necessità della transizione.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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