Energie rinnovabili

Biomassa italiana, RSE stima 7 milioni di tonnellate disponibili ogni anno

Lo studio RSE quantifica il potenziale della biomassa italiana in 7 milioni di tonnellate annue disponibili per il sistema energetico, evidenziando i gap negli incentivi.

Biomassa italiana: RSE stima 7 milioni di tonnellate disponibili annualmente
Lo studio RSE quantifica il potenziale della biomassa italiana in 7 milioni di tonnellate annue disponibili per il sistema energetico, evidenziando i gap negli incentivi.

Un nuovo studio di RSE (Ricerca sul Sistema Energetico), pubblicato il 29 ottobre 2026, mette sul tavolo una stima concreta: le attuali politiche forestali italiane potrebbero rendere disponibili circa 7 milioni di tonnellate di biomassa all’anno per il sistema energetico nazionale. È un numero che vale la pena analizzare con attenzione, perché dice qualcosa di preciso sia sul potenziale della biomassa italiana sia sui limiti che ancora ne frenano lo sviluppo.

Chi è RSE e perché questa stima conta

RSE non è un ente qualsiasi. È la branca di ricerca del GSE — il Gestore dei Servizi Energetici — e il suo compito istituzionale è valutare le risorse energetiche disponibili nel Paese e la loro applicabilità concreta al sistema italiano. Quando RSE pubblica una stima, non si tratta di un’elaborazione accademica distante dalla realtà operativa: è un contributo che entra direttamente nel dibattito su come pianificare la transizione energetica.

Il fatto che RSE abbia scelto di quantificare il potenziale della biomassa italiana in questo momento non è casuale. Il settore delle bioenergie è da anni al centro di discussioni normative complesse, con incentivi che si sono sovrapposti, modificati o interrotti nel tempo, lasciando operatori e investitori in un quadro di incertezza difficile da navigare.

Cosa significa davvero 7 milioni di tonnellate

La cifra di 7 milioni di tonnellate annue rappresenta la biomassa che, secondo le stime RSE, le politiche forestali in vigore potrebbero rendere disponibile per usi energetici. Non è il potenziale massimo teorico del territorio italiano, né una proiezione ottimistica: è una stima ancorata all’attuale quadro di gestione forestale.

→ Leggi anche: Rinnovabili in Italia: come PNIEC, accumuli e reti ridisegnano il mercato energetico

Questo è un punto metodologicamente rilevante. Molte stime sul potenziale delle bioenergie partono da scenari ideali — foreste gestite in modo ottimale, filiere logistiche efficienti, tecnologie di conversione all’avanguardia — e producono numeri che poi faticano a trovare riscontro nella realtà. RSE sceglie invece di partire dalle politiche esistenti, il che rende la stima più conservativa ma anche più credibile come base per ragionamenti di policy.

Detto questo, 7 milioni di tonnellate sono una quantità significativa. Per dare un ordine di grandezza: la biomassa legnosa è una delle fonti rinnovabili con la maggiore densità energetica tra quelle di origine biologica, e una gestione efficiente di questo flusso potrebbe contribuire in modo non marginale alla produzione di calore ed elettricità da fonti rinnovabili in Italia.

Il nodo degli incentivi: dove si inceppa il sistema

Lo studio RSE individua nella politica degli incentivi il nodo critico che condiziona la reale valorizzazione della biomassa italiana. Non è una novità assoluta, ma avere una ricerca istituzionale che lo certifica esplicitamente ha un peso diverso rispetto alle lamentele di settore.

Il problema degli incentivi per le bioenergie in Italia è strutturale. Il meccanismo degli incentivi — che in passato ha sostenuto impianti a biomassa attraverso strumenti come i certificati verdi o le tariffe incentivanti — ha subito nel tempo modifiche significative, creando discontinuità che hanno scoraggiato nuovi investimenti e reso difficile la pianificazione a lungo termine per chi gestisce impianti esistenti.

Senza un quadro normativo stabile e prevedibile, anche una risorsa potenzialmente disponibile in quantità rilevanti — come quella stimata da RSE — rischia di rimanere in larga parte inutilizzata. Le filiere della biomassa richiedono investimenti in infrastrutture logistiche, impianti di conversione e contratti di fornitura pluriennali: tutti elementi che presuppongono una certezza regolatoria che oggi, secondo quanto emerge dallo studio, non è ancora garantita.

→ Leggi anche: Le rinnovabili raggiungono il 39,4% dei consumi elettrici italiani a settembre 2026

Perché la gestione forestale è parte integrante del quadro

Un aspetto che vale la pena sottolineare è il legame diretto tra gestione forestale e disponibilità di biomassa per usi energetici. La stima RSE è costruita proprio su questo collegamento: non si tratta di immaginare nuove piantagioni dedicate, ma di valorizzare i residui e i sottoprodotti che derivano da una gestione attiva e sostenibile dei boschi italiani.

L’Italia ha una superficie forestale considerevole, cresciuta negli ultimi decenni anche per effetto dell’abbandono delle aree rurali. Tuttavia, una parte significativa di questa risorsa è scarsamente gestita, con conseguenze negative non solo per il potenziale energetico ma anche per la prevenzione degli incendi e la salute degli ecosistemi. Una politica forestale più attiva potrebbe quindi produrre benefici su più fronti contemporaneamente — e la biomassa destinata a usi energetici sarebbe in questo scenario un co-prodotto di una gestione territoriale più efficace, non il suo obiettivo primario.

Questo non significa che qualsiasi utilizzo energetico della biomassa forestale sia automaticamente positivo o privo di impatti. La sostenibilità delle bioenergie dipende in modo cruciale da come viene gestita la filiera: prelievi eccessivi, trasporti su lunghe distanze o tecnologie di conversione inefficienti possono ridurre sensibilmente i benefici ambientali netti. RSE, in quanto ente di ricerca del GSE, è nella posizione giusta per valutare questi equilibri con rigore, ma i dettagli metodologici dello studio meriterebbero una lettura diretta per valutare appieno i criteri adottati.

Cosa serve per trasformare il potenziale in realtà

La stima di 7 milioni di tonnellate è un punto di partenza, non un traguardo automaticamente raggiungibile. Perché la biomassa italiana possa effettivamente contribuire agli obiettivi energetici del Paese, servono almeno tre condizioni che allo stato attuale non sembrano pienamente soddisfatte.

  • Stabilità degli incentivi: senza un quadro normativo chiaro e di lungo periodo, gli investimenti nelle filiere della biomassa restano incerti.
  • Politiche forestali attive: la disponibilità stimata da RSE è condizionata all’attuazione concreta delle politiche di gestione forestale, che richiedono risorse, personale e coordinamento tra livelli istituzionali diversi.
  • Infrastrutture logistiche: raccogliere, trasportare e trasformare biomassa su scala rilevante richiede investimenti in filiere locali che oggi in molte aree del territorio italiano sono assenti o sottodimensionate.

Lo studio RSE, disponibile tramite Rinnovabili.it, offre una base quantitativa utile per orientare le scelte di policy. Resta da vedere se e come queste indicazioni entreranno nel dibattito normativo sui prossimi meccanismi di incentivazione delle bioenergie, un dossier che il governo italiano dovrà affrontare nei prossimi mesi nel quadro degli obiettivi rinnovabili al 2030.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Change privacy settings
×