Energie rinnovabili

Fotovoltaico a terra, lo spazio per MW dimezzato in 15 anni

Gli impianti fotovoltaico a terra del 2025 richiedono 0,99 ettari per MW, quasi la metà dei 1,75 ettari del 2011. Scopri come l'efficienza tecnologica ha trasformato l'us

Fotovoltaico a terra: dimezzato lo spazio necessario per MW in 15 anni
Gli impianti fotovoltaico a terra del 2025 richiedono 0,99 ettari per MW, quasi la metà dei 1,75 ettari del 2011. Scopri come l'efficienza tecnologica ha trasformato l'us

Quindici anni fa, installare un megawatt di fotovoltaico a terra significava occupare quasi due ettari di suolo. Oggi ne basta meno di uno. Secondo i dati più recenti disponibili, gli impianti fotovoltaico a terra entrati in esercizio nel 2025 richiedono una superficie mediana di 0,99 ettari per MW, contro i 1,75 ettari per MW del 2011. Una riduzione di quasi il 43% che racconta, in modo concreto, quanto sia cambiata la tecnologia solare nell’arco di una generazione di impianti.

Cosa significa davvero dimezzare lo spazio per megawatt

Il dato sulla superficie non riguarda solo la dimensione fisica dei pannelli. Quando si parla di land use nel fotovoltaico, si intende l’intera area recintata o comunque sottratta ad altri usi: include gli spazi tra le file di moduli, le strade di servizio interne, le cabine di trasformazione, i sistemi di accumulo eventualmente presenti. Per un impianto a terra, la superficie occupata sale tipicamente attorno ai 7 m² per kW installato, proprio perché tra le file di pannelli deve rimanere spazio sufficiente per evitare l’ombreggiamento reciproco e consentire le operazioni di manutenzione.

Ridurre questo valore da 1,75 a 0,99 ettari per MW non è stato un salto improvviso, ma il risultato cumulato di più fattori tecnici che si sono sovrapposti nel tempo.

Perché l’efficienza dei moduli cambia tutto

Il principale motore di questa trasformazione è l’aumento dell’efficienza dei moduli fotovoltaici. Un pannello di quindici anni fa convertiva in elettricità una quota significativamente inferiore della radiazione solare rispetto ai moduli disponibili oggi. Questo significa che, a parità di superficie installata, la potenza prodotta è cresciuta in modo sostanziale.

I moduli in silicio monocristallino ad alta efficienza, oggi largamente dominanti nel mercato degli impianti utility-scale, raggiungono rendimenti che erano impensabili per la tecnologia standard del 2011. Meno superficie di pannello per produrre lo stesso kilowatt si traduce direttamente in meno terra occupata per ogni megawatt dell’impianto.

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A questo si aggiunge l’ottimizzazione dei layout di campo: i progettisti sono diventati più precisi nel calcolare l’inclinazione ottimale, la distanza tra le file e l’orientamento dei tracker monoassiali, che seguono il sole nel corso della giornata e permettono di estrarre più energia dalla stessa superficie rispetto ai sistemi fissi.

Quanto suolo occupano oggi gli impianti a terra in Italia

Per capire la portata del fenomeno è utile guardare ai numeri complessivi. Alla fine del 2023, gli impianti fotovoltaici a terra presenti in Italia occupavano circa 17.907 ettari, corrispondenti a circa 9.950 MW di potenza installata. Si tratta di una superficie rilevante, paragonabile a quella di una città di medie dimensioni, ma distribuita su tutto il territorio nazionale.

Nel frattempo, la corsa all’installazione non si è fermata. Alla fine di settembre 2026, la capacità fotovoltaica installata in Italia aveva superato i 48 GW complessivi, includendo sia gli impianti a terra sia quelli su tetto e su strutture. La traiettoria di crescita è netta, e il miglioramento nell’efficienza d’uso del suolo permette di aggiungere potenza con un impatto territoriale contenuto rispetto al passato.

Il dibattito sull’uso del suolo non si chiude con un dato

Sarebbe sbagliato leggere il calo da 1,75 a 0,99 ettari per MW come la soluzione definitiva al problema del consumo di suolo agricolo. Il tema rimane aperto, e non solo in Italia.

Anche se ogni megawatt occupa meno terra, la capacità totale installata cresce rapidamente. Il saldo netto dipende quindi dalla velocità di espansione del parco installato rispetto ai guadagni di efficienza. In altre parole: se si installa il doppio della potenza, anche con moduli più efficienti la superficie totale occupata può comunque aumentare.

Il dibattito pubblico e normativo si concentra soprattutto sulla qualità del suolo coinvolto. Terreni agricoli di pregio, aree con vincoli paesaggistici o ambientali, zone ad alta biodiversità: questi sono i casi in cui l’impatto di un impianto a terra è considerato più critico. Le soluzioni che si stanno diffondendo — dall’agrivoltaico, che combina coltivazione e produzione energetica, all’utilizzo preferenziale di aree degradate o industriali dismesse — cercano di rispondere a questa preoccupazione senza bloccare lo sviluppo del solare.

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Agrivoltaico e uso intelligente del territorio

L’agrivoltaico rappresenta oggi uno degli approcci più discussi per ridurre il conflitto tra produzione energetica e uso agricolo del suolo. In questi impianti, i pannelli sono installati ad altezza maggiore rispetto agli standard, oppure disposti in modo da lasciare passare luce sufficiente alle colture sottostanti. Alcune configurazioni hanno mostrato effetti positivi sulle piante, grazie all’ombreggiamento parziale che riduce lo stress idrico nelle ore più calde.

Non si tratta di una soluzione universale: la fattibilità dipende dal tipo di coltura, dalla latitudine, dalla disponibilità d’acqua e dalla struttura dell’impianto. Ma la direzione è quella di pensare al suolo come a una risorsa con usi multipli, non necessariamente in competizione tra loro.

Per approfondire i dati sull’uso del suolo nel fotovoltaico italiano, QualEnergia ha pubblicato un’analisi dettagliata sul land use degli impianti solari, utile per chi vuole confrontare le diverse tipologie di installazione.

Cosa ci dice questo trend per il futuro

Il passaggio da 1,75 a 0,99 ettari per MW in quindici anni è un indicatore concreto di maturità tecnologica. La curva di miglioramento non è infinita: i rendimenti fisici dei moduli in silicio hanno un limite teorico, e i guadagni futuri saranno probabilmente più graduali rispetto a quelli già ottenuti.

Questo non significa che l’innovazione si sia fermata. Le tecnologie di prossima generazione — celle tandem, moduli bifacciali, sistemi di tracciamento sempre più precisi — promettono ulteriori miglioramenti. Ma è ragionevole aspettarsi che la riduzione della superficie per megawatt proceda a ritmi più lenti di quanto visto tra il 2011 e il 2025.

Quello che resta certo è che la conversazione sull’espansione del fotovoltaico a terra non può ignorare la dimensione territoriale. L’efficienza tecnologica aiuta, ma non sostituisce una pianificazione attenta di dove e come si installano gli impianti. I dati sull’uso del suolo sono uno strumento per fare questa conversazione in modo più preciso, evitando sia le semplificazioni di chi vede il solare come privo di impatti sia quelle di chi considera ogni ettaro occupato come una perdita irrecuperabile.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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