
Not in my back yard, e manco in quello del mio vicino. Il Wwf abruzzese non vede di buon occhio il progetto di produrre energia idroelettrica in Montenegro e portarla poi in Italia tramite l’elettrodotto Tivat-Villanova. Secondo la sezione regionale dell’associazione ambientalista, infatti, l’energia elettrica prodotta dall’altro lato dell’Adriatico avrebbe un impatto devastante sull’ambiente montenegrino.
Il progetto in questione prevede la costruzione di quattro dighe sul fiume Moraca, che alimenta il lago di Scutari, un’area troppo preziosa e delicata per reggere all’impatto delle centrali idroelettriche:
Il lago di Scutari, il più grande dei Balcani, è una zona umida di importanza mondiale ai sensi della Convenzione di Ramsar. Una delle caratteristiche principali di questo lago è la variabilità stagionale del livello dell’acqua condizionato in parte da quello del suo principale affluente, il fiume Moraca. È questa variazione nei livelli delle acque del lago che determina la formazione di estesi saliceti, canneti e vaste aree di vegetazione galleggiante dove trovano ospitalità circa 1.900 specie di piante, 54 specie di molluschi di acqua dolce, 16 di anfibi, 28 di rettili, 57 di mammiferi e 281 di uccelli, tra cui il Pellicano Dalmata, simbolo del lago. L’intera zona è formata da fiumi e canyon inseriti nella rete Smeraldo, una selezione di siti nei paesi confinanti con i Paesi dell’Unione Europea ritenuti indispensabili per la protezione della Rete Natura 2000
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E’ appena uscito il Rapporto Comuni rinnovabili di Legambiente in cui viene fatta un’istantanea sugli impianti di energie rinnovabili presenti nel nostro Paese. Il quadro complessivo mostra un Italia certamente interessata alla produzione di energia da fonti rinnovabili, ma non abbastanza.
Nel nostro Paese si guarda ancora con sospetto alle fonti rinnovabili. Scrive Legambiente:
Le solite accuse: che comunque rimarranno marginali, che mandano in crisi la rete, che costano miliardi in incentivi. Queste tesi sono smentite non solo dai tanti esempi citati in questo Rapporto, ma soprattutto da quelli, su scala ben più grande, di un Paese come la Germania, dove attraverso attente politiche realizzate negli ultimi anni il contributo delle rinnovabili rispetto ai consumi finali (il parametro per cui valgono gli obiettivi UE) è passato dal 4% del 2005 all’attuale 12% e la curva delle previsioni secondo il Governo federale dovrebbe permettere di arrivare al 28% al 2020.
Mancano dunque, per una reale crescita delle rinnovabili non solo procedure più snelle, anche se si è tentato di ovviare con la recente legge Calderoli-Brunetta e l’eliminazione della Dia per gli impianti fotovoltaici e solari senza serbatoio, ma anche le Linee guida per l’approvazione dei progetti come previsto dal DL 387/2003, necessarie per fare chiarezza rispetto alla installazione di impianti.
Via | Comunicato stampa
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Il Parlamento europeo affronta la questione energia. Sul tavolo c’è il Set Plan (Strategic Energy Technology Plan), cioè le linee guida europee per la riduzione delle emissioni di CO2 e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Oggi, in particolare, l’Europarlamento ha dato il suo ok ad una risoluzione sulle “low carbon tecnologies” che, detta in breve, chiede principalmente due cose: aumentare i fondi in tempi rapidi, da una parte, puntare su ricerca, piccole e medie imprese e riduzione della burocrazia, dall’altra.
La cosa più interessante, ovviamente, sono i fondi: decidere in fretta dove spenderli è fondamentale. Gli europarlamentari suggeriscono di investire 300 milioni di euro per sviluppare il Carbon Capture and Storage (CCS), cioè lo stoccaggio della CO2. Una tecnica che, di fatto, non esiste ancora e che lascia molto perplesse alcune associazioni ambientaliste come Greenpeace che temono si riveli solo una sorta di greenwashing per le centrali a carbone.
Oltre al CCS l’Europarlamento chiede maggior impegno nelle smart grids, le cosiddette reti intelligenti che permetterebbero una migliore e maggiore diffusione dei piccoli impianti da fonte rinnovabile, e lo sviluppo del mini idro, cioè l’idroelettrico di piccola capacità. Più in generale, se guardiamo al Set Plan, i fondi messi a disposizione dall’Europa sono pari a 45 miliardi di euro per i prossimi dieci anni, così divisi:
6 miliardi per l’eolico
6 miliardi per il solare
2 miliardi per le reti elettriche
9 miliardi per le bioenergie
13 miliardi per il CCS
7 miliardi per la fissione nucleare
5 miliardi per le fuel cell e l’idrogeno
Via | Parlamento eurpeo
Foto | Parlamento europeo
Mini idro, maxi batosta: il Consiglio di Stato ha rigettato gli appelli proposti dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas e dall’Associazione produttori energia da fonti rinnovabili (Aper) e ha annullato definitivamente la delibera ARG/elt 109/08 dell’Autorità. Tale delibera fissava l’aumento dei prezzi minimi garantiti per l’energia prodotta da fonte idroelettrica.
Ne deriva che i gestori degli impianti idroelettrici di potenza inferiore al megawatt dovranno restituire allo Stato la differenza tra il vecchio prezzo minimo e il nuovo, che è stato cassato. Furiosa l’Aper che ritiene la decisione del Consiglio di Stato troppo penalizzante e ipotizza un 2010 in forte perdita per gli impianti di piccolissima taglia. Ma soprattutto, afferma l’Aper
è pericoloso il messaggio che questa vicenda rischia di trasmettere al pubblico: ossia che le rinnovabili costano troppo, mentre gli operatori sanno bene che gli oneri che incidono sulla componente A3 sono ben altri.
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Ai primi di gennaio Gran Bretagna, Danimarca, Germania, Francia, Svezia, Belgio, Lussemburgo e Irlanda hanno posto le basi di uno dei progetti più interessanti nel campo delle rinnovabili. Lo hanno chiamato “Rete del Mare del Nord” e consisterà nel collegare i principali impianti nordeuropei di produzione elettrica da fonti rinnovabili tramite circa 6.000 chilometri di cavi, in gran parte posati sul fondo del Mare del Nord.
L’idea è quella di mettere in rete la produzione dei vari paesi e farla circolare in maniera intelligente per ottimizzarne l’utilizzo. Le rinnovabili, infatti, come tutti ormai ben sanno hanno il grosso limite dell’intermittenza. Tale limite crea a volte problemi alle reti elettriche: sovraccarichi, prima di tutto, ma anche difficoltà di programmare le infrastrutture di trasporto di quantità di energia non facilmente prevedibili. Per superare questi problemi, da qualche tempo, si stanno progettando le smart grids.
La “Rete del Mare del Nord”, però, è qualcosa di diverso dalle smart grids perchè è progettata per veicolare l’energia dei grossi impianti da decine, a volte centinaia, di MW. Il fulcro di tutto il sistema, infatti, saranno le grandi centrali idroelettriche nord europee che faranno da “batteria di accumulo” per l’energia in eccesso durante i picchi di produzione delle centrali alimentate dalle altre fonti. Questo ruolo di accumulatore, in realtà, le centrali elettriche già lo fanno ma per l’energia prodotta dalle centrali termoelettriche ad idrocarburi.

La parte occidentale della Cina è abituata a proteste contro l’edificazione di progetti idroelettrici, a causa di fenomeni di corruzione, appalti assegnati, furti di terre, a cui si aggiungono le proteste e le tensioni per la questione del Tibet, lì a pochi chilometri dal confine.
Durante una protesta contro la realizzazione di una diga nella provincia del Sichuan, la polizia cinese ha sparato, colpendo sei donne che manifestavano pacificamente. Il progetto della diga riguarda il territorio del Ganzi tibetano, una regione autonoma e si prevede sarà in funzione dal 2010.
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