Il parere positivo nella procedura di Valutazione di Impatto Ambientale è arrivato nell’ottobre 2026, ma il progetto di eolico offshore a Civitavecchia non si sblocca. Il cantiere non è imminente, le turbine galleggianti restano sulla carta e gli ostacoli che frenano l’iniziativa non sono di natura ambientale: sono amministrativi e normativi. Una distinzione che, nel panorama delle rinnovabili italiane, vale la pena capire bene.
Un parco eolico galleggiante davanti al porto più carboioso d’Italia
Il progetto si chiama TWE, acronimo di Tyrrhenian Wind Energy, e punta a installare turbine eoliche galleggianti nel Tirreno, al largo della costa di Civitavecchia. L’obiettivo dichiarato è sostituire la centrale a carbone di Civitavecchia, uno degli impianti termoelettrici a combustibile fossile ancora attivi nel Lazio, con energia prodotta dal vento in mare aperto.
Sul piano tecnico, le specifiche del progetto presentano una discrepanza tra le fonti disponibili. Il database ambientale del Ministero dell’Ambiente riporta una configurazione da 27 turbine da 10 MW ciascuna, per una potenza complessiva di 270 MW. Un’altra versione progettuale prevede invece 28 turbine da 18 MW, per una capacità totale ben superiore. Questa divergenza non è un dettaglio secondario: incide sulla valutazione degli impatti, sui requisiti autorizzativi e sulla connessione alla rete elettrica. Al momento non è possibile stabilire con certezza quale configurazione sia quella definitivamente sottoposta a iter autorizzativo.
Cosa significa ottenere il via libera ambientale
La VIA, ovvero la Valutazione di Impatto Ambientale, è una procedura obbligatoria per i grandi impianti energetici. Serve a verificare che il progetto non produca effetti inaccettabili sull’ecosistema marino, sulla fauna, sulla navigazione, sul paesaggio costiero e sulle attività produttive locali come la pesca. Un parere positivo significa che, secondo la commissione tecnica competente, quegli impatti sono gestibili o mitigabili.
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Non significa, però, che il progetto possa partire. La VIA è uno dei tanti passaggi di un iter autorizzativo che, per gli impianti offshore in Italia, si articola su più livelli: concessioni demaniali marittime, autorizzazioni al collegamento alla rete elettrica nazionale, intese con le regioni, eventuali valutazioni di incidenza sulle aree protette, oltre ai procedimenti specifici per le strutture galleggianti, che seguono regole parzialmente diverse rispetto agli impianti fissi sul fondale.
Il parere VIA positivo ottenuto a ottobre 2026 è quindi una condizione necessaria, ma non sufficiente per avanzare verso la realizzazione.
Gli ostacoli che la VIA non risolve
Nonostante il via libera ambientale, il progetto di eolico offshore a Civitavecchia si trova di fronte a ostacoli amministrativi e normativi che ne bloccano l’avanzamento. La natura precisa di questi blocchi non è completamente definita nelle fonti disponibili, ma il quadro generale riflette un problema sistemico ben noto nel settore delle rinnovabili italiane.
L’eolico offshore galleggiante è una tecnologia relativamente recente e il quadro regolatorio italiano non è ancora completamente adeguato alle sue specificità. Le turbine galleggianti non sono ancorate al fondale come quelle tradizionali: sono mantenute in posizione da cavi e ancoraggi, il che le rende più simili a strutture navali che a impianti industriali fissi. Questa caratteristica crea ambiguità normative su chi debba rilasciare le autorizzazioni, secondo quali procedure e con quali requisiti tecnici.
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A questo si aggiunge la questione della connessione alla rete. Un parco eolico offshore produce energia in mare, ma deve trasferirla a terra attraverso cavi sottomarini e poi immetterla nella rete elettrica nazionale. Questo richiede un’autorizzazione separata da parte del gestore della rete, Terna, e una verifica della capacità di assorbimento della rete locale. In aree come Civitavecchia, dove la dismissione della centrale a carbone modifica profondamente la struttura della rete elettrica locale, queste valutazioni possono richiedere tempo e generare ulteriori passaggi procedurali.
Civitavecchia tra transizione energetica e attese
Il contesto in cui si inserisce il progetto TWE è quello di una città che da decenni dipende dalla presenza della centrale termoelettrica, con tutto ciò che questo comporta in termini di occupazione, indotto economico e identità industriale del territorio. La prospettiva di un hub portuale orientato alle energie rinnovabili — con Civitavecchia potenzialmente trasformata in punto di appoggio per la manutenzione e la gestione di parchi offshore nel Tirreno — è una delle narrazioni che accompagna il progetto.
Ma le narrazioni non sostituiscono le autorizzazioni. E la distanza tra un parere VIA positivo e una turbina che gira in mare è, nel caso dell’eolico offshore italiano, ancora molto lunga.
L’Italia ha fissato obiettivi ambiziosi per le rinnovabili al 2030, e l’eolico offshore — in particolare quello galleggiante, adatto ai fondali profondi del Mediterraneo — è considerato una delle leve principali per raggiungerli. Ma la capacità installata offshore nel Paese è ancora praticamente nulla, mentre altri Paesi europei hanno già parchi operativi da anni. Il caso di Civitavecchia mostra con chiarezza dove si inceppa il meccanismo: non nella fase di valutazione ambientale, ma in quella che viene dopo, fatta di competenze frammentate, normative incomplete e procedure che non tengono il passo con la velocità richiesta dalla transizione energetica.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








