Alla fine di settembre 2026, nell’area dell’ex cava Negretti a Trissino, in provincia di Vicenza, è entrato in funzione un impianto fotovoltaico da 9 MWp realizzato da AIEM SRL come general contractor. Il progetto, sviluppato da Gruppo Magis, trasforma un sito industriale dismesso in una centrale solare capace di produrre circa 12 GWh all’anno — e viene presentato come il più grande impianto fotovoltaico su area dismessa dell’intera regione Veneto. È un caso concreto di come il fotovoltaico su ex cava possa affrontare insieme due problemi distinti: il recupero di suoli degradati e la produzione di energia rinnovabile.
Un sito difficile da riportare in vita
Le ex cave sono tra i terreni più complessi da valorizzare. Dopo anni di estrazione, il sottosuolo risulta alterato, la morfologia del terreno è irregolare e spesso la gestione delle acque rappresenta una criticità strutturale. Nel caso della cava Negretti, AIEM ha coordinato interventi specifici sul sottosuolo e sulla gestione idrica dell’area, lavorando su un sito che non poteva essere trattato come un campo agricolo pianeggiante.
Questo tipo di complessità è esattamente il motivo per cui molte ex cave restano inutilizzate per decenni: non sono adatte all’agricoltura intensiva, spesso non sono edificabili, e il costo di bonifica scoraggia gli investitori. Il repowering energetico — cioè l’installazione di impianti di produzione su aree già compromesse — è una delle soluzioni che il settore delle rinnovabili sta esplorando con crescente interesse proprio per evitare il consumo di suolo agricolo o naturale.
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I numeri dell’impianto fotovoltaico sull’ex cava di Trissino
La centrale è composta da circa 13.800-14.000 moduli bifacciali, una tecnologia che sfrutta la luce solare sia dalla faccia anteriore sia da quella posteriore, catturando anche la radiazione riflessa dal suolo sottostante. Questa caratteristica è particolarmente utile in contesti come le ex cave, dove la superficie del terreno — spesso chiara o irregolare — può aumentare la quota di luce riflessa disponibile.
Con una potenza installata di 9 MWp e una produzione stimata di 12 GWh annui, l’impianto è dimensionato per coprire il fabbisogno energetico di oltre 4.000 famiglie e consente di evitare l’emissione di circa 5.000 tonnellate di CO₂ all’anno. Quest’ultimo dato va letto come stima basata sul mix energetico nazionale: la quantità di emissioni effettivamente evitate dipende da quali fonti vengono sostituite nella rete in ogni momento di produzione, ma rimane un indicatore utile per dare la scala dell’intervento.
Perché il fotovoltaico su ex cava ha senso — e quali limiti restare presenti
Il progetto di Trissino si inserisce in un dibattito più ampio sul consumo di suolo e sulla localizzazione degli impianti rinnovabili in Italia. La normativa nazionale spinge verso l’utilizzo di aree già compromesse o degradate per l’installazione di nuova capacità solare, proprio per ridurre la pressione su terreni agricoli e aree naturali. Le ex cave rientrano esplicitamente tra le tipologie di siti considerati prioritari.
Detto questo, non ogni ex cava è uguale. Le condizioni del sottosuolo, la presenza di falde acquifere, la morfologia del terreno e la vicinanza alle reti elettriche determinano costi e fattibilità tecnica molto variabili. Il fatto che AIEM abbia dovuto coordinare interventi specifici sul sottosuolo e sulla gestione delle acque a Trissino indica che la realizzazione ha richiesto competenze ben oltre la semplice installazione di pannelli. Questo si traduce in costi di costruzione più elevati rispetto a un impianto su terreno pianeggiante, un elemento che non emerge dai comunicati ma che incide sulla sostenibilità economica del progetto.
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Va anche ricordato che i moduli fotovoltaici hanno un proprio ciclo di vita — tipicamente intorno ai 25-30 anni — e che al termine dell’esercizio dovranno essere smaltiti o riciclati. La filiera del riciclo dei pannelli fotovoltaici è ancora in fase di sviluppo in Italia e in Europa, e rappresenta una delle questioni aperte del settore.
Il Veneto e la corsa alle rinnovabili su aree dismesse
Che l’impianto di Trissino venga descritto come il più grande fotovoltaico su area dismessa del Veneto dà la misura di quanto questo segmento sia ancora poco sviluppato nella regione, nonostante la disponibilità di siti potenzialmente idonei. Il Veneto è una delle regioni italiane con la più alta concentrazione di aree industriali dismesse e siti estrattivi esauriti: cave di marmo, pietra, ghiaia e argilla che hanno smesso di operare negli ultimi decenni e che oggi attendono una destinazione d’uso.
Il caso di Trissino potrebbe funzionare da riferimento per progetti analoghi, non tanto per le dimensioni — 9 MW è un impianto di taglia media — quanto per la dimostrazione che la complessità tecnica di un sito degradato è affrontabile, e che il risultato può essere un’infrastruttura energetica stabile. Rimane aperto il tema della governance di questi siti: chi decide la destinazione d’uso, con quali strumenti urbanistici, e come vengono coinvolte le comunità locali sono domande che ogni progetto di questo tipo deve affrontare caso per caso.
Per chi volesse approfondire il quadro normativo italiano sulle aree idonee per il fotovoltaico, la documentazione tecnica disponibile su QualEnergia offre un punto di partenza utile. Il progetto AIEM a Trissino, nel frattempo, è già in esercizio: da fine settembre 2026 produce elettricità da un terreno che fino a poco prima era semplicemente fermo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








