Il giro d’affari delle ecomafie italiane ha raggiunto 11,5 miliardi di euro, eppure per la prima volta dopo due anni di crescita consecutiva i reati ambientali registrati nel 2025 sono calati. È questo il dato più sorprendente che emerge dal Rapporto Ecomafia 2026 di Legambiente, pubblicato nell’ottobre 2026: un paradosso che obbliga a guardare oltre i numeri delle denunce penali per capire davvero come funziona oggi la criminalità ambientale in Italia. Perché quando i reati diminuiscono ma il fatturato illegale continua a salire, qualcosa nel sistema di contrasto — o nella sua lettura — non torna.
Un calo dei reati ambientali che non significa meno illegalità
La distinzione che il rapporto di Legambiente impone di fare è fondamentale: il calo riguarda i reati penali ambientali, non l’illegalità nel suo complesso. Parallelamente alla diminuzione delle infrazioni di natura criminale, gli illeciti amministrativi sono aumentati. Si tratta di violazioni che non configurano un reato in senso stretto ma che alimentano comunque un sistema sommerso di profitti illeciti, evasione delle norme e degrado del territorio.
Questa dinamica suggerisce almeno due letture possibili, entrambe da tenere in considerazione senza sovrapporre certezze a dati ancora in fase di interpretazione. Da un lato, potrebbe esserci stato un effetto reale delle politiche di contrasto e delle normative ambientali introdotte negli ultimi anni. Dall’altro, parte delle attività criminali potrebbe essersi semplicemente spostata su forme di illecito meno facilmente perseguibili in sede penale — o meno facilmente rilevabili dagli strumenti di monitoraggio tradizionali.
In ogni caso, il fatto che il business dell’ecomafia abbia continuato a crescere fino a toccare 11,5 miliardi di euro rende difficile parlare di un successo netto nel contrasto alla criminalità ambientale in Italia.
👉 Leggi anche: Il fotovoltaico europeo ha risparmiato 37,4 miliardi di euro in importazioni di gas da marzo 2026
I rifiuti restano il settore più redditizio per le organizzazioni criminali
Tra tutti i fronti monitorati dal rapporto, la gestione illecita dei rifiuti si conferma il settore principale dell’ecomafia italiana. Nel corso del 2025 sono stati registrati quasi 11.000 reati legati ai rifiuti — un numero che, anche in un anno di calo generale, rimane di proporzioni notevoli e che restituisce l’idea di quanto questo comparto sia permeabile all’infiltrazione criminale.
Il traffico illegale di rifiuti è un business che funziona perché intercetta un bisogno reale: smaltire materiali pericolosi, ingombranti o semplicemente costosi da gestire secondo le regole. Le organizzazioni criminali offrono un servizio più economico, rapido e privo di burocrazia rispetto ai circuiti legali. Il risultato è che i rifiuti finiscono in discariche abusive, vengono bruciati, interrati o esportati illegalmente verso paesi con controlli meno stringenti.
Non si tratta di un fenomeno circoscritto geograficamente, anche se alcune aree del paese restano più esposte di altre. La pervasività del traffico illecito di rifiuti è tale da coinvolgere l’intera filiera, dall’impresa che produce i materiali fino al soggetto che li smaltisce — passando per intermediari, trasportatori e funzionari corrotti.
Incendi, corruzione, abusivismo: i fronti che non si chiudono

Il Rapporto Ecomafia 2026 individua tra le aree più critiche anche tre fenomeni che tornano puntualmente ogni anno: gli incendi, la corruzione e il costruttivismo illegale. Tre settori che hanno in comune la difficoltà di essere contrastati efficacemente con i soli strumenti repressivi.
Gli incendi dolosi, in particolare, rappresentano uno strumento utilizzato dalla criminalità organizzata per diversi scopi: eliminare prove, liberare terreni da vincoli ambientali, speculare su aree successivamente edificabili o semplicemente esercitare pressione su soggetti che non intendono collaborare. Il collegamento tra incendi e ciclo illegale dei rifiuti è documentato da anni: bruciare è spesso il modo più rapido — e meno costoso — per far sparire materiali che non si riesce a smaltire altrimenti.
👉 Leggi anche: Estate 2026 più calda di sempre in Europa occidentale: 21,7 gradi medi, siccità e incendi record
La corruzione, invece, è il lubrificante che permette al sistema di funzionare. Senza la complicità — attiva o passiva — di funzionari pubblici, tecnici e professionisti, molte delle attività illecite documentate dal rapporto non sarebbero possibili. L’abusivismo edilizio, infine, continua a consumare suolo e paesaggio in modo sistematico, spesso in aree a rischio idrogeologico o in zone protette.
Cosa dice davvero il paradosso tra meno reati e più affari
Il nodo centrale del Rapporto Ecomafia 2026 — e quello che merita più attenzione — è la dissociazione tra la curva dei reati penali e quella del fatturato illegale. Un sistema criminale può ridurre il numero di azioni perseguibili penalmente e contemporaneamente aumentare i propri profitti: lo fa adattandosi, spostando attività su canali meno esposti, sfruttando zone grigie normative, o semplicemente diventando più efficiente.
Questo significa che l’indicatore “numero di reati ambientali” non è sufficiente, da solo, a misurare la salute del contrasto all’ecomafia. Serve affiancargli altri strumenti: il monitoraggio degli illeciti amministrativi — che il rapporto segnala in aumento — la tracciabilità dei flussi finanziari, l’analisi dei mercati illegali e la capacità di intercettare le reti prima che si consolino.
Il fatto che Legambiente continui a pubblicare questo rapporto ogni anno, aggiornando metodologie e indicatori, è di per sé un contributo alla comprensione di un fenomeno che cambia forma ma non scompare. I reati ambientali e il sistema dell’ecomafia restano una delle principali minacce al patrimonio naturale, alla salute pubblica e alla legalità economica del paese. Il calo del 2025 è un dato da osservare con attenzione, non da celebrare: i 11,5 miliardi di euro di giro d’affari illegale ricordano che la partita è ancora aperta.
Il rapporto completo è disponibile sul sito ufficiale di Legambiente, con la documentazione integrale dei dati 2025.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








