La quota di energia elettrica da fonti rinnovabili nell’Unione Europea raggiungerà il 63,7% entro il 2030: è la previsione di Wood Mackenzie, società di ricerca e analisi energetica, pubblicata all’inizio di ottobre 2026. Una cifra che suona come un risultato positivo rispetto alla situazione attuale, ma che colloca l’Europa al di sotto di entrambi gli obiettivi ufficiali fissati per quella data. Il tema delle rinnovabili UE 2030 torna così al centro del dibattito sulla strategia climatica europea, con numeri che rendono più concreto il rischio di un mancato rispetto degli impegni.
Due target, una distanza doppia
Il quadro normativo europeo prevede due soglie distinte per la quota di elettricità rinnovabile al 2030. La prima, stabilita dal pacchetto Fit-for-55, fissa l’obiettivo al 65%. La seconda, più ambiziosa, è quella del piano REPowerEU, che punta al 69%, pensato anche per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, in particolare il gas russo, dopo l’invasione dell’Ucraina.
Con una proiezione al 63,7%, Wood Mackenzie indica uno scarto di 1,3 punti percentuali rispetto al target Fit-for-55 e di oltre 5 punti rispetto all’obiettivo REPowerEU. Non si tratta di differenze marginali: nel contesto del mix elettrico di un’unione da 27 paesi, questi gap rappresentano volumi significativi di produzione mancante da fonti pulite, compensati presumibilmente da altre fonti nella generazione complessiva.
L’80% zero-carbon non basta a coprire il buco sulle rinnovabili
C’è un dato che può sembrare contraddittorio: secondo la stessa analisi di Wood Mackenzie, il settore elettrico europeo dovrebbe raggiungere l’80% di generazione zero-carbon entro il 2030. Una soglia che include non solo solare ed eolico, ma anche il nucleare, che non rientra nella definizione di energia rinnovabile adottata dagli obiettivi europei.
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Questo spiega la distanza tra le due cifre. L’Europa potrebbe decarbonizzare in modo significativo il proprio sistema elettrico — grazie anche alla persistenza o all’espansione del parco nucleare in alcuni paesi — senza tuttavia soddisfare i target specifici sulle rinnovabili UE 2030, che escludono l’atomo per definizione. Il risultato è che il settore elettrico potrebbe essere più pulito del previsto, ma non abbastanza “rinnovabile” secondo i parametri fissati dalla legislazione comunitaria.
Perché conta la differenza tra rinnovabili e zero-carbon
La distinzione non è solo tecnica. Gli obiettivi sulle fonti rinnovabili sono collegati a un impianto normativo preciso — la Renewable Energy Directive (RED) — che determina obblighi, incentivi e meccanismi di verifica per gli Stati membri. Mancarlo non è solo una questione simbolica: può avere implicazioni su come vengono valutati i progressi nazionali, su come vengono distribuiti i fondi europei e su come l’UE si posiziona nei negoziati climatici internazionali.
Il target del REPowerEU al 69%, in particolare, era stato concepito anche con una logica geopolitica: ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas naturale accelerando la transizione interna. Se la quota effettiva si ferma al 63,7%, il gas — e con esso le relative vulnerabilità di approvvigionamento — continuerà a svolgere un ruolo più rilevante di quanto pianificato nel mix elettrico europeo.

Una previsione, non una certezza
Vale la pena ricordare che la stima di Wood Mackenzie è una proiezione basata sulle tendenze attuali: non è un dato consuntivo, ma uno scenario costruito a partire dalla traiettoria di sviluppo delle rinnovabili nei 27 paesi dell’Unione. Le variabili che potrebbero modificare il quadro nei prossimi quattro anni sono numerose: l’accelerazione o il rallentamento delle autorizzazioni per nuovi impianti, l’andamento dei costi tecnologici, le politiche industriali nazionali, la capacità delle reti di trasmissione di assorbire nuova generazione distribuita.
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In diversi paesi europei, i tempi burocratici per l’autorizzazione di parchi eolici e solari rimangono tra i fattori più citati come freno allo sviluppo. La stessa analisi di Wood Mackenzie segnala che il settore elettrico europeo potrebbe raggiungere l’80% di generazione zero-carbon entro il 2030, il che suggerisce che la capacità tecnica e infrastrutturale di base non è il problema principale: è la composizione del mix a non corrispondere agli obiettivi normativi.
Il nodo politico che si apre ora
La previsione arriva in un momento in cui la Commissione europea è chiamata a valutare i progressi degli Stati membri e a definire eventuali misure correttive. Se il 63,7% diventasse il dato reale al 2030, l’UE si troverebbe nella posizione scomoda di aver mancato obiettivi che aveva fissato essa stessa — e che aveva più volte presentato come vincolanti nel contesto del Green Deal.
Il dibattito su come colmare il gap tra previsioni e target è destinato a intensificarsi. Le opzioni sul tavolo includono un’ulteriore semplificazione delle procedure autorizzative, nuovi meccanismi di supporto agli investimenti in rinnovabili, o — ipotesi più controversa — una revisione al ribasso degli obiettivi stessi. Quest’ultima strada, se percorsa, segnalerebbe un cambio di passo significativo nella politica climatica europea, con conseguenze che andrebbero ben oltre il dato percentuale sul mix elettrico del 2030.
Per ora, i numeri di Wood Mackenzie offrono una misura concreta di quanto distante sia la traiettoria attuale dagli impegni assunti: non abbastanza da parlare di fallimento totale, ma abbastanza da rendere urgente una risposta politica che ancora non si vede chiaramente all’orizzonte.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








