
I progetti di eolico off shore nel golfo di Cagliari, evidentemente, hanno fatto traboccare il vaso: la Regione Sardegna ha imposto un deciso stop agli impianti di sfruttamento dell’energia del vento in mare e ha avocato a sè tutte le competenze in merito di rinnovabili, non solo eolico. Il presidente Cappellacci, infatti, ha annunciato lo stop ai progetti nel golfo di Cagliari e la contemporanea nascita di Sardegna Energia.
Cosa sarà Sardegna Energia non è ancora chiaro. Sembrerebbe, però, che si tratterà di un’agenzia regionale e che avrà il monopolio di ogni progetto di sfruttamento delle fonti rinnovabili. Forse, ma nulla è ancora certo, le aziende private potranno entrare nel mercato tramite convenzioni ad hoc per ogni impianto stipulate direttamente con l’agenzia regionale.
Le associazioni ambientaliste e quelle dell’industria eolica l’hanno presa malissimo e hanno inviato una lettera al govenratore Ugo Cappellacci (firmata da Anest, Aper, Fiper, Greenpeace, Ises Italia, Itabia, Kyoto club e Legambiente) in cui chiedono di ritornare sui suoi passi. Il problema, affermano le associazioni, sarebbe la violazione delle regole basilari della concorrenza. Di certo, però, c’è che fino ad ora nessuna regione italiana era arrivata ad una stretta così forte nei confronti dell’energia verde.
Via | Regione Sardegna, Kyoto Club
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Anche quest’anno, in occasione della migrazione stagionale effettuate dai rospi per raggiungere le zone umide d’accoppiamento, Legambiente porta avanti l’ormai noto progetto La notte rospi, nelle regioni di Piemonte e Valle D’aosta. La campagna rientra a pieno titolo tra le iniziative legambientine volte a celebrare l’anno internazionale della biodiversità nell’ambito del Countdown 2010 e si sostanzia in azioni di volontariato notturno tali da limitare la strage di anfibi sulle nostre strade in questo periodo. Sempre più vulnerabili, in particolare per la permeabilità della loro pelle che li rende estremamente sensibili ad agenti tossici di vario tipo, i rospi tra febbraio e marzo si vedono costretti a sfidare auto e automobilisti in una lotta impari per raggiungere le zone di riproduzione.
Così dichiara Vanda Bonardo, Presidente Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta
Ci occorrono squadre di volontari che di sera, quando gli animali iniziano il loro movimento, li assistano negli attraversamenti stradali. Con questa campagna proponiamo ai volontari di trascorrere alcune serate diverse per salvare i rospi innamorati e, insieme ad amici e familiari, scoprire mondi spesso sconosciuti, per vivere il territorio e il rapporto con la natura in un modo differente
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Mentre in Svizzera i cittadini sono stati chiamati al referendum sulla tutela dei diritti degli animali, con esito negativo per quanto riguarda l’istituzione di un avvocato d’ufficio, in Italia le principali associazioni ambientaliste hanno indagato la visione del rapporto tra uomo e animali. Enpa, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf hanno commissionato all’Ipsos un sondaggio, per scoprire, fortunatamente, che solo il 2% degli italiani ritiene che gli animali debbano soddisfare e sottostare ai bisogni dell’uomo.
Per il 41% degli intervistati, chiamati ad esprimere il proprio giudizio sul rapporto tra animali e uomo, gli animali sono in grado di provare emozioni, di soffrire e di gioire e quindi devono essere tutelati da qualsiasi forma di violenza o maltrattamento, siano essi animali d’allevamento o animali domestici.
Cosa pensano dei maltrattementi gli italiani che consumano carne? Sono d’accordo ad evitare ogni tipo di violenza sugli animali destinati al macello e a tutelare il benessere animale negli allevamenti. Secondo l’indagine la maggioranza degli italiani, indipendentemente dall’appartenenza o dall’orientamento politico, concorda sulla tutela verso gli animali che dev’essere totale e garantita, per proteggere gli animali da soprusi e violenze commessi dall’uomo.
Entusiasti del risultato del sondaggio, i presidenti di Enpa e LAV, Carla Rocchi e Gianluca Felicetti, hanno così commentato:
“E’ davvero un risultato che va oltre ogni nostra aspettativa e che deve trovare una logica e concreta conseguenza nelle decisioni morali, politiche, dei consumi. Gli italiani chiedono sempre di più, e con convinzione, di mettere in atto politiche per la tutela degli animali: le Istituzioni, a tutti i livelli, devono comprenderlo“.
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Come vi ha raccontato Marina, la Corte di Giustizia europea si è pronunciata in merito all’eclatante caso di inquinamento della Rada di Augusta ribadendo il principio che “chi ha inquinato deve pagare”. A molti la decisione della Corte potrà sembrare banale, ma in realtà la triste storia di quello specchio di mare dimostra che non lo è.
Che la Rada di Augusta sia inquinata lo si sa da sempre: il polo petrolchimico la avvelena dagli anni cinquanta e, a partire dai primi anni ottanta si sono iniziate a vedere le prime conseguenze drammatiche con un aumento, totalmente fuori dalle statistiche regionali e nazionali, delle malformazioni nei neonati venuti al mondo negli ospedali di quel pezzo di provincia di Siracusa.
Questo aumento delle malformazioni creò allarme tra la popolazione e alcune denunce alla Procura della Repubblica che (nel 2001, decisamente troppi anni dopo) iniziò a lavorare a quella che fù chiamata “Operazione Mar Rosso”. Tale operazione è magistralmente sintetizzata nel Dossier Mercurio e impianti Cloro Soda di Legambiente, datato 2007:
E’ del gennaio 2003 l’indagine giudiziaria più clamorosa sull’area industriale di Priolo, l’“Operazione Mar Rosso” condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla Procura di Siracusa. In quell’occasione furono arrestati 17 tra dirigenti e dipendenti dello stabilimento ex Enichem (ora Syndial), tra i quali il precedente e l’allora direttore, l’ex vicedirettore e i responsabili di numerosi settori aziendali, insieme al funzionario della Provincia preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell’area industriale. Il principale capo di imputazione contestato dalla Procura è stato il delitto ambientale previsto dall’articolo 53 bis del Ronchi (oggi art. 260 del Codice ambientale), per aver costituito una «associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio». Il mercurio, secondo l’accusa, veniva scaricato nei tombini delle condotte di raccolta delle acque piovane e da lì finiva in mare. Un’altra via per liberarsi illegalmente dei rifiuti - secondo la Procura - era quella della falsa classificazione e dei falsi certificati di analisi: in questo caso lo smaltimento avveniva in discariche autorizzate, ma non idonee a raccogliere quel genere di rifiuti. L’indagine, coordinata dal Sostituto procuratore della Repubblica Maurizio Musco, è stata resa possibile grazie anche alle intercettazioni telefoniche e ambientali compiute anche all’interno del petrolchimico. Dopo il sequestro giudiziario e un lungo stop l’impianto è ripartito con una sola delle tre linee per essere poi fermato definitivamente nel novembre 2005.

Cosa farne di tutti i rifiuti e le macerie de L’Aquila dopo il terremoto? Dell’emergenza macerie vi avevamo già parlato a novembre, ma sembra che da allora la situazione non sia cambiata: gli aquilani sono scesi in piazza per protestare contro le macerie, abbandonate ad ingombrare là dove si dovrebbe ricostruire. Sono scesi a gridare il proprio sdegno contro quasi 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti tutti insieme in corteo, da piazza Palazzo a piazza Duomo.
La simbolica manifestazione, ribattezzata Rivolta delle Carriole, è stata organizzata per chiedere lo sgombero del centro della città dalle macerie del terremoto del 6 aprile 2009: un corteo ha sfilato con le carriole piene di detriti e macerie, l’altro con le carriole piene di materiali di recupero, utili alla ricostruzione.
Secondo Legambiente se si spostasse solo 1/3 delle macerie si potrebbe iniziare a lavorare su quasi 10.000 edifici danneggiati dal sisma. Per permettere lo smaltimento delle macerie, oggi considerate come rifiuti urbani e destinate allo smaltimento in Abruzzo, i rifiuti dovrebbero essere trattati preventivamente in modo da poter uscire dalla regione per essere smaltiti.
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Anev, l’Associazione nazionale energia dal vento, e Uil hanno rinnovato l’accordo biennale di collaborazione per favorire lo sviluppo dell’eolico in Italia. Il primo protocollo d’intesa tra l’associazione degli industriali dell’eolico e il sindacato risale al 2008 ed ha già portato a risultati interessanti, soprattutto per quanto riguarda la stesura di rapporti sull’occupazione che lo sviluppo che questo settore delle rinnovabili potrebbe portare nel nostro paese.
I dati parlano di 66.000 occupati teorici nel 2020, tra diretti e indotto, a fronte di 13.600 occupati certi registrati nel 2007. Una crescita notevole che, in periodi di crisi dell’occupazione come questi, non possono essere ignorati. Tuttavia, per arrivare a questi numeri si dovrebbero istallare 1.100 MW di potenza eolica ogni anno. Anche questo non è poco specialmente a causa della forte opposizione che spesso trovano gli impianti eolici tra le popolazioni locali.
Il mitico effetto Nimby, infatti, non risparmia neanche l’energia pulita e a poco sono serviti i protocolli d’intesa stipulati dall’Anev con Legambiente, Greenpeace e WWF. Due sono i principali “buchi neri” del settore eolico italiano che, spesso e facilmente, danno man forte ai detrattori delle torri eoliche: la presunta scarsa trasparenza del settore (indimenticabile Vittorio Sgarbi che definisce “mafiose” le pale eoliche siciliane, ma ha avuto anche parole più dure e volgari che non voglio riportare) e i pesanti vincoli tecnologici causati dalla rete elettrica ad alta tensione italiana, gestita da Terna.
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Era in Toscana una delle più grosse organizzazioni dedite allo smaltimento illegale di rifiuti. Con l’inchiesta “Golden rubbish”, spazzatura d’oro i carabinieri del NOE, Nucleo operativo ecologico di Grosseto hanno scoperto un maxi-traffico di rifiuti pericolosi che ha visto l’ignaro coinvolgimenti di molte regioni italiane.
A gestire l’intero traffico la società Agrideco di Grosseto che falsificava le analisi che attestavano la natura dei rifiuti e in questo modo sono riusciti a far smaltire illegalmente oltre 1 milione di tonnellate di spazzatura industriale in Emilia, Toscana e Trentino. Tra i clienti anche la Procter&Gamble e i gruppi Lucchini e Marcegaglia, con il padre del Presidente di Confindustria sotto indagine.
Intanto Legambiente ha fatto sapere che si costituirà parte civile contro tutti gli imputati che verranno rinviati a giudizio per questa vicenda.
Via | ToscanaTv, Irispress
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Il Governo ha appena licenziato il decreto per l’individuazione dei siti nucleari ma Legambiente è già passata al contrattacco. E se è stato lo stesso Ministro Claudio Scajola a tranquillizzare i presidenti delle Regioni affermando che il loro parere sarà fondamentale per decidere dove impiantare ogni centrale nucleare, l’associazione ambientalista ribatte mettendo in fila, uno per uno, tutti i candidati alle presidenze delle Regioni che hanno già affermato la propria indisponibilità a qualsiasi tipo di ritorno all’atomo.
Legambiente, infatti, ha sottoposto agli aspiranti governatori una semplicissima domanda: “una centrale nella mia Regione sì o no?”. In 23, sia di centro destra che di centro sinistra, hanno risposto con un secco “no” e solo sei governatori hanno accettato il nucleare e, tra loro, ci sono dei distinguo interessantissimi.Uno su tutti quello del lombardo Formigoni che si mostra favorevole agli impianti nucleari ma non sul proprio territorio.
Secondo il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza
Sul nucleare il Governo ha deciso, ma come farà ora a convincere la popolazione se non ha convinto nemmeno i candidati della maggioranza alle regionali?
Una domanda molto interessante che, da una parte, lascia presagire forti conflitti e continui appelli alla Corte Costituzionale mentre, dall’altra, aggiunge un’altra big dell’antinuclearismo italiano tra i soggetti che invitano i cittadini a recarsi alle urne, il 28 e 29 marzo, e scegliere i candidati contrari al nucleare. La stessa strategia è stata presa, pochi giorni fa, da Greenpeace.
Via | Legambiente
Foto | Legambiente
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Il Lupo è tornato. Nel Parco della Majella. Ed è una notizia meravigliosa. Soprattutto considerando che, solo 30 anni fa in queste terre, il canis lupus lupus era pressocché estinto. Segno che, a volte, le attività a sostegno della biodiversità funzionano ed è una bella immagine, questa, per celebrare l’anno della tutela e della conservazione delle specie.
Circa 80 individui divisi in una dozzina di branchi -che, per inciso, temono e fuggono l’uomo - sono stati censiti in varie parti degli oltre 75 mila ettari del territorio dell’area protetta nell’ambito di un più ampio programma di sistema di sorveglianza sanitaria sulla fauna selvatica. E non è tutto: il Parco, infatti, deve il proprio successo anche all’impegno profuso per fare del complicato rapporto uomo -lupo una “gestione collaborativa”. Indennizzi economici, incentivi per l’adozione di misure di prevenzione, sistemi di controllo e monitoraggio del lupo i mezzi che hanno permesso di risolvere, quasi del tutto, l’atavica contrapposizione. In primo luogo la radiotelemetria satellitare che ha facilitato la riduzione della mortalità del bestiame. Infatti, i radiocollari permettono di seguire gli spostamenti dei canidi consentendo l’azione preventiva in caso di eccessivo avvicinamento di questi ai capi di bestiame.
Che l’Italia sia un paese ad altissimo rischio idrogeologico è ormai tristemente noto. I recenti fatti del messinese sono solo l’ultima drammatica testimonianza che, a furia di modificare il territorio, l’uomo ha fatto danni spesso irreversibili. Esistono, poi, testimonianze di questo fenomeno molto meno drammatiche ma assai significative perché riescono a mettere in luce come, dopo secoli di pacifica convivenza tra uomo e ambiente, basti veramente poco per rompere l’equilibrio.
E’ il caso del sito archeologico di Kamarina, in territorio di Ragusa, che dopo 2.600 anni di storia si trova minacciato da una galoppante erosione costiera. Apparentemente venute dal nulla e inspiegabili, le onde in appena un anno hanno già inghiottito decine di metri di costa e di reperti archeologici. Come sempre, però, la spiegazione al disastro c’è ed è un’opera dell’uomo: il principale imputato della distruzione di Kamarina, infatti, è il molo del vicino porto di Scoglitti che è stato prolungato per venire in contro alle esigenze dei pescatori.
A denunciare lo sbriciolamento della costa ci hanno pensato alcuni cittadini della zona pubblicando un video su YouTube che, nella sua semplicità e “spontaneità” tecnica, è una forte testimonianza dell’entità dell’erosione costiera lungo tutto il perimetro del sito archeologico. Da quel video è passato un anno. Ieri, finalmente, la Soprintendenza ai Beni Archeologici e Culturali di Ragusa ha effettuato un sopralluogo insieme ai cittadini che per primi si sono interessati alla vicenda e ad un drappello di Legambiente. Sono stati promessi finanziamenti e progetti per salvare il sito ma, onestamente, resta l’amaro in bocca se si pensa che quando a Palermo è stata firmata la Valutazione di Impatto Ambientale per i lavori di prolungamento del molo del porto di Scoglitti qualcuno avrebbe potuto e dovuto avere qualche lecito dubbio. Ma non ne ha avuto nessuno.
Per le riprese del video si ringrazia VideoUno.